A cura di Susanna Tadiello, responsabile comunicazione.

Quando visito qualche bambino/a o ragazzo/a a Gulu mi capita di entrare in capanne fatiscenti, alle volte usate sia come dormitorio che come cucina. Mi chiedo sempre come sarei io oggi se fossi nata in quelle capanne: immagino me e i miei fratelli vivere in quelle condizioni. È più forte di me pensare: “cosa potrei fare per aiutare questi ragazzi?”. Mi rendo conto che allungare qualche soldo non è la soluzione giusta: c’è bisogno di un intervento strutturato. Alle volte pensiamo di risolvere un problema considerandolo come un’emergenza da tamponare, senza prenderlo in carico nel tempo. Un’emergenza è temporanea e un eventuale intervento fulmineo non educa all’autonomia ma, anzi, crea dipendenza e lascia le persone intrappolate nella povertà. Il nostro lavoro, e l’impegno dell’organizzazione locale, è quello di promuovere l’indipendenza inserendo le persone vulnerabili in progetti volti all’accompagnamento verso l’autonomia. In che modo? George Orwell diceva che “il vero problema della povertà è che azzera il futuro, ti resta solo da sopravvivere nel qui e ora”. Il nostro compito è di permettere ai bambini l’accesso al futuro, consentire loro di costruirsi una strada, di essere fautori del proprio cammino. Il primo passo è sicuramente l’educazione scolastica.

Un quaderno, una penna e un insegnante sono la chiave per costruire il futuro.

(Malala)

Durante il mio ultimo viaggio a Gulu, nel gennaio 2020, ho assistito al meeting con tutti i bambini sostenuti a distanza; una giornata speciale di saluti, discorsi, balli e preghiere.  I Comboni Samaritans of Gulu sono una delle poche organizzazioni che si preoccupa di intervenire anche sul piano della salute e dell’assistenza, infatti, la “presa in carico del bambino” non si ferma al pagamento delle tasse scolastiche, ma comprende tanti aspetti della crescita che vanno dal supporto psicologico, alla distribuzione di beni primari per la famiglia; dalla fornitura di materiale scolastico, alle cure mediche.

Sostenere a distanza un ragazzo contribuisce a cambiargli la vita, ne sono sicura. La mia domanda: “cosa potrei fare per aiutare questi ragazzi?” alla fine del viaggio trova un senso: continuare a parlare di loro, raccontare le loro storie e confidare che la solidarietà delle famiglie italiane cresca e contribuisca a formare il futuro della nuova generazione ugandese.