LIGHT IN GULU
Luigi è un nostro caro sostenitore che ha deciso di regalarsi, per i suoi 50 anni, un viaggio a Gulu. È partito con l’idea di “fare” ma si è trasformato ben presto in osservatore; questo gli ha permesso di vivere a fondo un’esperienza indimenticabile.

Non era la mia prima volta in Africa, la prima volta che misi piede all’equatore fu venticinque anni fa. Ero molto più giovane, ero in Kenya, c’era la prima guerra del golfo e io, incoscientemente, me ne andavo in giro per i parchi di quel meraviglioso paese, incurante di ciò che accadeva nel mondo e inconsapevole di ciò che stava succedendo in quello straordinario continente che, per semplificare, chiamiamo Africa.

DSCF0036A distanza di venticinque anni, con il doppio degli anni sulle spalle, ma più consapevole e responsabile di ciò che accade attorno a me, eccomi qui, in Uganda. Non come un normale turista, com’è scritto sul visto, ma come osservatore. “E di cosa?”, mi sono chiesto più volte prima di partire: “cosa farò laggiù lontano da casa, dalla mia famiglia, dai miei amici, dalle abitudini che ogni giorno mi fanno alzare per andare a lavorare, mangiare, vivere insomma. Osservare chi o cosa e soprattutto perché farlo? Ma non posso fare nient’altro? Ma poi cosa? Effettivamente con i lavori manuali sono una frana”. Non lo saprò mai se non parto. E se il buon Dio ha voluto così, avrà in mente qualcosa.

Sono a Entebbe: ritiro i bagagli, qualche controllo e poi, ecco che si aprono le porte: siamo in Uganda. Subito un caldo abbraccio mi avvolge, mi stringe a sé e le prime gocce di sudore iniziano a scendere lungo la schiena. E poi la luce: una luce cangiante, non accecante, ma calda e forte, mi accoglie, mi circonda; entra in me: il caldo e brillante sole africano mi dà il benvenuto. Un attimo e dal buio si passa alla luce. E subito dopo una vita rigogliosa, attiva e nuova, rifiorisce. In pochi minuti le strade si riempiono di gente: donne, uomini e bambini. Sono ovunque. E’ meraviglioso vedere tutta questa gente che si sposta. Vanno al lavoro, a scuola, al mercato a comprare e a vendere o, semplicemente, camminano.

Ecco una differenza che noto tra il nostro modo di vivere e il loro. Camminano, tutti insieme, chi a destra, chi a sinistra; chi va verso nord, chi verso sud; alcuni di là, altri di qua. Camminano, si salutano e, incredibilmente, il saluto è ricambiato! Hai mai provato a salutare un passante, qui a casa nostra? Ti guarda come se fossi venuto da Marte e avessi la pelle verde o le orecchie a punta. In africa no. Ti salutano, compiaciuti, meglio ancora se li saluti in acholi, la lingua di Gulu. In quel caso il loro sorriso e i loro occhi si riempiono di luce e t’illuminano, travolgendoti.

DSCF0762Sono un ospite. Mi portano rispetto non perché mzungu (bianco), ma semplicemente perché sono un ospite. E così mi sono sentito nelle tre settimane di permanenza: un ospite ben gradito da tutti, ovunque sono andato. Un ospite ben gradito come osservatore del progetto Bambini Capo Famiglia: sono stato accompagnato da Paul, Winnie o Cinderella, collaboratori dei Comboni Samaritans of Gulu, a fare visita alle famiglie del progetto, sponsorizzato da Good Samaritan. Ricordo la prima visita, nel villaggio di Opit, poco a sud di Gulu. Santa ci accoglie in una capanna pulita e accogliente. E’ malata di HIV e si sospetta che abbia la tubercolosi, è menomata a una mano e alla pancia a causa di una bomba. I figli studiano grazie ad alcune famiglie italiane che sostengono i loro studi. Con una dignità che mi lascia senza parole, ci racconta la sua storia: dopo la morte del marito ha dovuto sposare il fratello di questi (un’usanza ancora viva nelle campagne e nei piccoli villaggi), un uomo cattivo, che la malmenava, fino a quando Santa decise di andarsene e di abbandonare il villaggio natio. Grazie ai Comboni Samaritan of Gulu le viene donata una capanna e un pezzo di terra, cosicché possa coltivarlo. Ogni giorno va nei campi e coltiva quanto le occorre; il superfluo lo vende: questo le permette di andare avanti anche se con tante difficoltà. Dal tetto entra acqua: è ora di rifare la copertura in paglia, ma non ha i soldi. Il figlio maggiore sarebbe in grado di fissare la paglia sul tetto ma, frequentando la scuola, non ha il tempo di raccoglierla e Santa non riesce a sua volta a raccoglierla, a causa della menomazione alla mano; dovrebbero quindi acquistarla, a un costo di circa 230.000 scellini ugandesi: una cifra esorbitante per lei e la sua famiglia, circa 70,00 euro per noi europei (sì sì, non ho sbagliato).

Una nuova consapevolezza è entrata in me. Questa esperienza mi ha legato, con un doppio nodo, alla gente di Gulu: la serenità con la quale affrontano la vita è disarmante. Gulu con calma, tanta calma, entra a far parte di te, un po’ alla volta ogni giorno. I ritmi africani entrano nel tuo DNA e ti modificano lentamente e ti fanno amare e capire questo popolo. Solo dopo tre settimane ho capito che il mio osservare è stato come fare qualche cosa. Gulu mi ha cambiato: credo che mi abbia reso un uomo migliore, sicuramente più consapevole. Ed io che volevo partire per fare, per aiutare. Invece ha fatto tutto Gulu.

Ora, triste, sono seduto al mio posto sul volo di ritorno, osservo dal finestrino l’aereo muoversi verso la pista per il decollo. Mentre il comandante spinge i motori al massimo e l’aereo si alza in volo, vorrei tanto slacciare la cintura di sicurezza, scendere e tornare a camminare sulle strade di Gulu, impolverato dalla terra rossa e immerso nella luce abbagliante. Solo la voglia di rivedere mia moglie e i miei figli mi dà la forza di restare seduto e di sbirciare dal finestrino le ali dell’aereo che accarezzano l’Africa. E mi sembra di vedere i bambini giocare, le donne al mercato, gli uomini al lavoro… Poche ore e sarò a casa, sognando e sperando di tornare presto.

Eccomi. Sono tornato. Cambiato.

 

LUIGI SI RACCONTA ATTRAVERSO LE SUE FOTOGRAFIE
Le fotografie raccontano chi siamo, ma soprattutto la nostra visione del mondo e delle esperienze che viviamo. Ecco perché è importante, per noi di Good Samaritan, che le testimonianze non siano raccontate solo sotto forma di parole, ma anche di immagini: per rivivere con gli occhi della persona che racconta i luoghi dove è stato, le persone che ha incontrato, le esperienze che ha vissuto e le emozioni che ha provato!