ORECCHI TESI, CAMERA SPENTA

Più vengo a Gulu e meno fotografie scatto. Mi concentro maggiormente sulle persone che mi raccontano le loro storie piuttosto che avere fretta di immortalarle. Alle volte me ne dimentico anche. Altre volte è questione di rispetto: la maggior parte delle persone qui vive una vita di sofferenze e difficoltà quotidiane.

Visitiamo una scuola primaria: cento bambini per classe, ve l’immaginate? Ci portano sul retro della scuola e ad aspettarci ci sono una cinquantina di bambini in piedi, sotto a due alberi di mango, dietro ai banchi di legno scuro che cantano una canzone di benvenuto. Ci coinvolgono facendoci battere le mani: che canto meraviglioso, fatto tutti assieme. Giro tra i banchi e scatto qualche foto a questi bambini che mi guardano sospetti, ma che ridono quando li guardo col broncio, imitandoli.

È il momento delle storie: un bambino di circa otto anni, sostenuto a distanza da Good Samaritan, ci racconta che il padre è morto in guerra. Lo racconta con la voce sommessa, la testa china e gli occhi lucidi. Poso subito la macchina fotografica e mi metto in ascolto. Quando ha finito di dire quelle poche parole che a fatica gli sono uscite, si siede, poggia la testa sul banco e si copre con le braccia. Lo vedo piangere.

So che ho perso una foto importante, so che per noi occidentali “immortalare” un instante ormai è fondamentale; vedo spesso persone che non vivono il momento, ma che ci tengono a fermarlo con uno scatto accattivante. Penso però che chi vuole davvero capire e conoscere debba sentire con le proprie orecchie le storie di questi bambini: vi accoglieranno con la stessa gioia, nonostante tutto, cantando e battendo le mani per darvi il benvenuto.