La prima cosa che ci viene da dire del nostro viaggio a Gulu è che è stato troppo breve. Appena il tempo di sfiorare le realtà ed è stato ora di ripartire. E le domande che avevamo ancora da fare? E le persone ancora da conoscere? E le storie e la “storia” da ascoltare e cercare di capire? Quello che abbiamo vissuto negli intensi giorni ugandesi e che ci portiamo ancora addosso è la vitalità e l’energia che abbiamo colto in un popolo giovanissimo. Come essere loro vicini? Come essere rispettosi e attenti ai loro veri desideri? Come entrare in rapporto veramente paritario con loro?
L’attenzione alle relazioni, da noi ampiamente dimenticata in nome di un egocentrismo dilagante, è ancora viva a Gulu e ci ha aiutato a rimanere concentrati su chi incontravamo e abbiamo sempre avuto la fortissima sensazione che alle persone importasse veramente chi fossimo noi, uno per uno, più che quello che rappresentavamo. Sentirsi a casa non è stato solo un modo di dire.
Le cose che ci hanno colpito sono la loro curiosità di capire come viviamo noi e che priorità abbiamo (esempio: la domanda spiazzante sul perché non facciamo più figli, che ci ha messo molto in crisi) e la capacità di prendere tutto sul serio (sorridendo): anche la gioia, la danza e il canto. Prima di tutto un sorriso luminoso, poi il dialogo si svolge sottovoce: solo nel canto e nella danza le voci si levano forti e armoniose. Quando torniamo a casa, pardon, a Gulu?
Giuseppe ed Emanuela
